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26.02.2014. Intervista a Lucia Nicoletti Presidente Gal Savuto alla firma delle convenzioni con otto Comuni del territorio. VIDEO.

Rogliano

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Rogliano è una cittadina di 6000 abitanti situata circa venti chilometri a sud di Cosenza, ben collegata con le principali linee stradali, ferroviarie e aeroportuali della regione. Baricentro della Valle del Savuto (fiume che scorre nel territorio), posta su colline ricche di alberi da frutto e vigneti, questa città rappresenta da sempre il principale punto di riferimento delle attività sociali, economiche e culturali del comprensorio. Borgo d’arte per l’opera delle sue maestranze, ricca di documenti, luogo ideale per la presenza di scuole, musei, banche, istituzioni statali e uffici di pubblico interesse, alberghi e ristoranti, l’antica Rullianum (di Rullio) o Rublanum (la rosseggiante) oggi è soprattutto luogo di negozi e commercio, di artigianato (ferro battuto, ceramica, legno, cuoio) e anello di congiunzione fra l’altopiano della Sila, le coste del Tirreno, le province di Cosenza e Catanzaro. La vecchia conformazione urbanistica (a ferro di cavallo) è suddivisa in rioni, ciascuno con una propria chiesa parrocchiale, una piazza con la fontana, un palazzo gentilizio, tante case sistemate l’una accanto all’altra. Una strutturazione ancora ben visibile nei quartieri Serra, Patinelli, Spani e Cuti ma anche una posizione determinante ed una storia brillante che nel tempo hanno saputo garantire civiltà e operosità nel contesto sociale e culturale calabrese.
Ricchissima di patrimonio storico culturale è il Comune di Rogliano: La chiesa di San Giorgio è ubicata nel centro del rione di Donnanni. Non si hanno notizie certe sulla data di costruzione, anche se Adami sostiene che sia stata costruita nel 1544 sulle rovine di una preesistente chiesa. Certamente è una delle poche costruzioni che si è conservata perfettamente onostante i tremendi terremoti che hanno colpito Rogliano nel corso dei secoli. L’edificio ha subito numerosi restauri, l’ultimo dei quali all’inizio del 1900 ha eliminato le sovrapposizioni barocche di un precedente rifacimento. L’odierna San Giorgio conserva quasi intatta l’imponenza della propria struttura rinascimentale ed è stata dichiarata monumento storico nazionale. Il portale
dell’ingresso principale è caratterizzato da un arco a tutto sesto decorato centralmente da una chiave a protome femminile. Il tutto è sormontato da una cornice dentellata e le lunette poste tra questa e l’arco, sono occupate da due angioletti, infine una serie di testine d’angelo, rosette e festoni delineano il fregio. Superiormente una finestra rettangolare anch’essa ornata, completa la facciata principale. La facciata laterale adiacente alla piazza omonima (o P.zza Saverio Altimari), presenta una muratura robusta intervallata da una serie di finestre. L’interno della chiesa e in stile romanicorinascimentale, a tre navate. La navata principale si erge su dieci pilastri, cinque per ogni lato. Ogni pilastro è a sezione quadrata in blocchi di tufo le cui basi sono in pietra calcarea. Da notare che su uno dei pilastri di destra, vicino la sagrestia sono scolpite le seguenti lettere capovolte “M.HIERsCR” che potrebbero significare “Magister Hieronymus Curavit o Creavit” ossia il nome del capo mastro che ha realizzato l’opera, da molti individuato nel roglianese Mastro Giliberto, che nello stesso anno costruì il ponte di Santa Maria in Cosenza. Alla sommità di ogni arco sono scolpite varie figure calcaree, in particolare nel primo arco dopo la sagrestia è individuabile San Giorgio sul dragone. Importante è anche il soffitto realizzato a cassettoni in legno. L’altare maggiore, costruito con legno di castagno e pioppo, è finemente decorato da pregevoli intagli dorati e dipinti in un bel colore rosso porpora, il tutto risulta uno splendido esempio di barocco roglianese, opera dei famosi maestri sciardari roglianesi del 1700. Contribuisce a dare un ulteriore effetto di grandezza la pala dipinta ad olio su tela raffigurante i santi Giorgio, Pietro, Paolo e Nicola realizzata da G. Cavalieri da Scigliano nel 1818. La tela è ornata da intagli fastosi e preziosi, che riproducono foglie d’acanto ricoperte d’oro zecchino. Sempre sull’altare si trovano una serie di stalli in legno, ornati da delicati dipinti a fiori. Molto caratteristici sono anche alcuni arredi che ancora è possibile ammirare, come il fonte battesimale in marmo, sormontato da un coperchio in legno dai pannelli delicatamente dipinti e i due confessionali in legno finemente lavorato. Di particolare bellezza è tuttavia l’altare dedicato a San Francesco da Paola. L’opera reca la data del 1724 ed è stata realizzata dal maestro Niccolò Altomare, noto artista roglianese vissuto tra il 1600 e il 1700. L’altare, in legno, è reso prezioso da una serie di intagli lignei che decorano riccamente una nicchia a forma di conchiglia che ospita la statua di San Francesco da Paola. Il tutto crea un effetto barocco di impressionante sontuosità. Da notare è anche la piccola absidiola che custodisce la cappellina del Sacramento, decorata a motivi floreali con il ciborio in marmo lavorato. Sempre nella navata sinistra, sulla parete troviamo dipinta l’immagine della Madonna della Sanità, che secondo Tommaso Morelli era prima venerata in un icona posta nel rione Donnanni e collocata nella chiesa di San Giorgio dopo il terremoto del 1181. Nella navata destra molto bello è l’altare ligneo in cui è collocata la tela raffigurante la Madonna del Soccorso, anch’esso opera di Niccolò Altomare.Splendida, infine, la torre campanaria medievale che si erge sulla piazza antistante la stessa chiesa. Rappresenta uno dei rari esempi di campanile diviso dalla chiesa, e richiamerebbe l’inconfondibile stile medievale che usava separare la torre campanaria dall’edificio sacro. Probabilmente serviva un tempo anche come torre di avvistamento ed alcuni ritengono che sia addirittura preesistente alla chiesa. Fu tuttavia, rimaneggiato dopo il terremoto del 1870 ed ammirandolo, oggi si può osservare la sua caratteristica forma rinascimentale con tre ordini di lesene in pietra, semplici ma di effetto e l’orologio posto alla sommità, che scandisce da anni i tempi di un tranquillo paese del Savuto. La chiesa di San Pietro E’ il duomo di Rogliano. Si trova nel rione Spani. Le prime notizie risalgono al 1577 anche se pare sia stato costruito molto prima, come testimonierebbe l’incisione sulla campana principale che riporta la data del 1333. Il duomo fu distrutto dal disastroso terremoto del 27 Marzo 1638. Tommaso Morelli nella sua “Descrizione topografica della città di Rogliano in provincia di Calabria Citra” (1845) descrive attentamente gli effetti terribili di quel giorno: “Rogliano crollò col terremoto del dì 27 Marzo dell’anno 1638 che ebbe luogo verso le ore 21 o 22 del sabato delle palme sotto il governo di Filippo IV…la nostra terra …soffrì moltissimo... vi rimasero estinti 1208 individui laici e 23 tra sacerdoti e monaci” e ancora in proposito “… il reverendo Padre Diego Tano cappuccino, mentre predicava nella Chiesa di San Domenico avvenne il terremoto, ed alla prima scossa il popolo che vi era accorso volea uscire fuori dal tempio, ma egli vi si oppose, dicendo, ch’era nella casa di Dio, e che non facea d’uopo uscirne; ma in questo frattempo reiterò e cadde la Chiesa di cui è parola…” Il triste evento è testimoniato anche da una bella ed elegante iscrizione posta sul frontespizio della chiesa. In tempi record la struttura venne riedificata nello stesso anno. La costruzione è a tre navate, e si erge su due piani. Nel primo ordine, al centro vi è il portale principale, la cui chiave di volta rappresenta un’aquila romana a due teste.
Sui portali laterali sono invece poste due nicchie rettangolari, vuote e incorniciate. Superiormente è riprodotto lo stemma papale ed è posto un finestrone circolare ai cui lati due nicchie ospitano le statue di un soldato romano e di S. Agostino. Nella parete esterna vi è anche un’iscrizione del 1638, incorniciata da artistici intagli su pietra; è una sorta di dedica e di consacrazione del tempio religioso ai Santi Pietro e Paolo. All’esterno, sulla navata sinistra troviamo il campanile risalente ai primi anni del 1900, dalla caratteristica cupola arabescante, che ospita la campana maggiore realizzata nel 1333, dedicato a San Pietro. Le altre due campane risalgono una al 1591 ed è dedicata all’Immacolata, mentre l’altra risale al 1851 ed è detta “Della Collegiata”, dove per collegiata s’intendono le opere dei maestri campanari roglianesi, tra i quali si distinsero i Conforti. La facciata si erge su tre portali riccamente ornati. Particolarmente grandioso è il portale centrale nella cui parte superiore predomina una decorazione a grottesche mentre nella parte sottostante si delinea una raffinata zampa di leone; il tutto è sapientemente armonizzato secondo le tecniche e la maestria del noto scalpellino roglianese Niccolò Ricciulli, autore inconfondibile dell’imponente opera datata 1717. All’interno la chiesa si erge su tre navate. E’ evidente la ricca decorazione in stucco realizzata dai fratelli Alfonso e Antonio Pallone da Miglierina (Cz). Gli stucchi bianchi spiccano sul fondo azzurro creando un effetto ricco e movimentato. La navata centrale è scandita da colonne che si ergono su un alto zoccolo in marmo grigio azzurro e terminano con capitello composito. Bellissimo è il pulpito riccamente decorato, poggiato su una delle colonne nella navata centrale sul lato destro. Alla sommità di ogni arcata vi sono pregevoli lavorazioni e un medaglione dipinto che riporta le scene della via Crucis. In alto decorato da putti, anfore e ghirlande di fiori intrecciate è il cornicione. Su di esso si succedono sul lato sinistro gli affreschi dei Santi martiri, e sul lato destro gli affreschi delle Sante vergini, intervallate da finestre a tutto sesto. Volgendo lo sguardo in alto si rimane estasiati dalle splendide decorazioni del soffitto. L’altare maggiore, ornato dalle abili mani dei maestri Alfonso e Antonio Pallone, è di grande effetto. Dominato dalla possente statua di S. Pietro, collocata al centro, in una nicchia dorata, esso si erge su due colonne alla cui sommità troviamo un grande medaglione a rilievo riproducente la mitria, scettri papali e numerosi stucchi floreali. Sulla mensa è posto il ciborio, anch’esso lavorato a rilievi. Molto belle anche le statue che delimitano l’altare maggiore simboleggianti la fede e la maternità. I lati del presbiterio sono abbelliti da due grandi tele incorniciate da rilievi in stucco raffiguranti “La pesca miracolosa” sul lato sinistro e “Il miracolo di San Pietro” sulla parete destra. Sempre nel presbiterio sono collocati
doppi stalli in legno. In fondo, sul lato opposto all’altare maggiore è posta la cantoria, protetta da un parapetto ornato di stucchi, dove si trova un grande organo a canne. Le navate laterali sono abbellite da altari che ospitano statue o tele votive e culminano con le cappelle del Sacro Cuore a sinistra e dell’Immacolata a destra. La prima cappella di cui si è parlato è decorata da stucchi e da due tele rappresentanti una “Scena biblica” e “L’Ultima cena”. La cappella dell’Immacolata, patrona del paese ospita la splendida statua della Vergine, recentemente restaurata, in una nicchia ricoperta di foglie d’oro, posta al centro di un altare ornato da marmi policromi. Anche qui troviamo due tele, l’Adorazione dei magi” e la “Adorazione dei pastori”. Entrambe le cappelle ospitano stalli in legno finemente intagliati.
La chiesa di San Domenico La chiesa domina l’antica “Rota”, nella centralissima Piazza San Domenico. Secondo la testimonianza di Tommaso Morelli, nella “Descrizione topografica di Rogliano in provincia di Calabria Citra”, fu costruita nel 1600 nello stesso luogo in cui prima era ubicata la chiesa di San Giovanni, nel cui frontespizio si trovava una pietra marmorea, che ricordava il passaggio a Rogliano di Carlo V, al ritorno da una spedizione a Tunisi nell’anno 1535. Nel 1915 al titolo di San Domenico fu aggiunto quello di San Nicola. Alla chiesa è annesso l’antico Convento domenicano, oggi sede del Municipio. Il convento fu fondato nel 1492 per poi essere distrutto dal terremoto del 1638 e ricostruito successivamente. Nel 1809 detto Convento venne soppresso dalle leggi napoleoniche e l’edificio fu utilizzato dai francesi come sede di acquartieramento. Nel 1825 venne utilizzato prima come scuola, poi come sede della guardia urbana e infine come Municipio. Originariamente la facciata della Chiesa seguiva una curvatura ellittica e solo successivamente intorno alla seconda metà del 1900 tale curvatura venne sostituita da una costruzione “a capanna” e fu aggiunto il campanile ancora oggi esistente. Alla Chiesa vi si accede attraverso una scala principale a due rampe che confluiscono su un pianerottolo, concepita per unire i piani diversi dell’edificio, in quanto il pavimento interno è in posizione elevata rispetto al calpestio della piazza antistante. Il portale, il primo costruito a Rogliano dopo il disastro tellurico, risale al 1652 ed è opera di maestranze locali. Eretto su di un arco a tutto sesto in tufo, esso è ornato da capitelli in stile composito che coronano una porta lignea elegantemente decorata da formelle romboidali e rosoni. La stessa porta nella parte superiore riproduce scolpite le figure di San Domenico e San Nicola. A direzione del centro del portale, in alto, si trova un edicola rettangolare e poi due ulteriori edicole laterali di dimensioni più grandi. Il secondo ordine è suddiviso in tre parti da una serie di lesene con capitello in stile ionico. Nella riquadratura centrale è collocato un finestrone, mentre gli spazi laterali sono occupati da due nicchie. La facciata termina con un ampio frontone triangolare ornato da piccolissimi dentelli. Accedendo all’interno della chiesa si è accolti da due colonne con capitello ionico, che sostengono la sovrastante cantoria di notevole ampiezza e delimitata da una balaustra ornata da stucchi barocchi. La navata è unica, di forma longitudinale rettangolare, ai cui lati si ergono delle arcate finemente lavorate. Quest’ultime simulano la presenza di ulteriore spazio e ospitano una serie di altari ornati da stucchi in stile barocco realizzati nella seconda metà del 1800 dall’artista roglianese Arabia. L’altare maggiore è contraddistinto da un grande arco trionfale ornato da stucchi e colonne con capitelli compositi. Centralmente ospita l’imponente mosaico raffigurante la Madonna col Bambino, San Domenico e Santa Caterina da Siena, una riproduzione del noto pittore di Madonne Giovanni Battista Salvi detto “il Sassoferrato” (1609-1685). Le pareti dell’altare sono poi abbellite da una serie di stalli in legno intagliato in stile composito. Sul lato sinistro è collocato nella muratura il pulpito e una piccola porta che conduce alla sagrestia. L’interno è reso luminoso da ampie finestre ad arco che sovrastano il cornicione. La luce che penetra mette in risalto la volta della navata in cui sono collocate tre tele, quella centrale “Gesù scaccia i mercanti dal tempio” opera di Tano da Marzi, e le altre di forma ovale “L’incontro di Gesù con la samaritana” e la “Natività di Gesù”, che recano la firma e la data di “D.le Volpi d.1861”. La chiesa di Santa Maria alle Croci domina il rione Cuti e risale alla fine del 1500. In origine pare sia nata come cappella annessa al monastero dei padri del Terz’Ordine di San Francesco D’Assisi che fu soppresso nel 1653 con la bolla di Papa Innocenzo X assieme al convento dei Minori di Marzi. La chiesa riprese vitalità dopo la costituzione di una Confraternita fondata nel 1790. Posta alle falde del Monte Santa Croce, vi si accede percorrendo una gradinata in tufo dall’andamento curvato che via via si allarga man mano che ci si avvicina al sagrato. La facciata è divisa in due ordini da una trabeazione nella quale si può scorgere l’iscrizione: “ HOC SCULPITELE OPUS FIERI CURAVIT DUS FORTUNATUS NICOLETTI PR. ASSIDUA SUA ERGA DEIPARAM DEVOTIONE A.D. 1771 DONNINO SCIP” (Il sig. Fortunato Nicoletti si adoperò che fosse fatta quest’opera di scultura per la sua gran devozione verso la Vergine nell’anno 1771). Il bel portale in tufo è stato aggiunto nel 1777 ed è ornato con due lesene dai capitelli compositi. Sopra il portale vi è una grande finestra di forma ellittica e superiormente, nel secondo ordine si innalza una facciata “a paravento”, che ripete l’andamento curvato della gradinata. Sul lato destro si trova il campanile a pianta quadrata, suddiviso in tre ordini ognuno dei quali ospita un’apertura monofora di dimensioni crescenti man mano che si sale. L’interno è a navata unica con volta a botte decorata a stucchi, nella cui parte finale si notano quattro affreschi purtroppo danneggiati. Ai lati, in alto, si trovano finestre intervallate da una successione di archi, che si ergono su una serie di lesene con capitello composito. L’ingresso accoglie il visitatore con due pilastrini in legno che sorreggono un soppalco ligneo che ha funzione di cantoria, alle cui spalle vi è un finestrone ellittico (visibile all’esterno) che riporta un’iscrizione in stucco. Un grande arco separa la navata dall’abside coperta da una cupola non visibile dall’esterno. A sinistra dell’abside è posta una nicchia nella quale è collocata la preziosa statua lignea dedicata a Santa Maria. L’altare maggiore in marmo è stato costruito nel 1950 e al suo centro ospita l’antichissima tela raffigurante la Vergine con Bambino, Angeli, e i Santi Francesco di Paola e Antonio, di autore ignoto. Ai lati del presbiterio vi sono poi scanni in legno ornati da capitelli dorati in stile composito del ‘700. La chiesa di Santa Lucia è ubicata nel cuore del rione Cuti e secondo Adami è stata costruita tra il secolo XVII- XVIII sui resti di un altro edificio dell’anno 1000, consacrato nel 1227 così come testimonia la documentazione dell’archivio arcivescovile di Cosenza. Vi si accede attraverso una scaletta che conduce ad un sagrato pavimentato con pietre di fiume (cuticchie dal latino cos-cotis ovvero “pietra dura”) che ricopre un cimitero del quale non si è tuttora trovato il punto d’accesso. Il grazioso spiazzo, è delimitato da una balaustra a colonnine. L’entrata principale al contrario delle chiese cristiane è rivolta verso ovest invece che ad est,come originariamente era. La facciata segue la divisione interna a tre navate, ha quindi la parte centrale a cuspide con spioventi laterali. L’entrata principale è caratterizzata da un portale in tufo opera degli scalpellini roglianesi del 1600 ed è sormontata da un finestrone sagomato. Dello stesso stile sono i finestroni che abbelliscono le navate minori, che presentano a sinistra un portale cieco in tufo, e a destra una semplice porta d’ingresso. Alla navata destra è adiacente il campanile arabescante e la sagrestia, che un tempo erano staccati dalla chiesa. Nel campanile è posta una lapide che riporta l’iscrizione: “ Hoc opus quo loco campanae pulsantur parochus Pompilius Selvaggi fieri curavit A.D. 1898” ( questa opera d’arte dove le campane suonarono il parroco Don Pompilio Selvaggi curò che fosse fatta nell’anno del Signore 1898). La chiesa era una delle più riccamente arredate. Lo splendido altare maggiore in legno intagliato e dorato era stato realizzato dai fratelli Altimare nei secoli XVII e XVIII, cosi come anche i pregevoli doppi stalli che ornavano il presbiterio. Purtroppo questi e altri arredi in legno
andarono distrutti nell’incendio del 19 giugno 1981, in seguito al quale la chiesa venne chiusa al culto e riaperta dopo i lavori di restauro nel 1983. All’interno ciascuna delle tre navate culmina con un abside, ma i corpi laterali sono più bassi rispetto a quello principale. Le volte sono state realizzate con fuscelli di castagno e con malta di calce e sabbia. La navata centrale è delimitata da pilastri con zoccolatura in tufo ed è ricoperta da una volta a botte, ai cui lati sono inserite finestre e centralmente tre affreschi del 1800: “La decapitazione di San Giovanni Battista”, “Giuseppe venduto dai fratelli ai mercanti egizi” e “Il processo a Santa Lucia”. Il vano absidale è separato dal resto della navata da tre gradini, ed ospita l’attuale altare principale, che sorge  sulle tombe delle martiri Lucia e Cecilia. Le navate laterali sono caratterizzate da una serie di altari dedicati ai santi e si completano con la “Cappella del Sacro Cuore” a sinistra, e a destra la “Cappella della Deposizione”. La chiesa della Situata nel rione “Tozzo”, la Chiesa di Santa Maria dell’Assunta e’ collocata tra il Duomo di San Pietro e la Chiesa di San Giorgio. La struttura risale al 1600 ed originariamente era l’oratorio di un Arciconfraternita di laici roglianesi. Rinforzata dopo il sisma del 1638, fu rimaneggiata più volte fino all’ultimo restauro del 1983 che l’ha restituita allo sguardo di fedeli e visitatori in tutto il suo splendore. Oggi la Chiesetta è definita la bomboniera del barocco roglianese ed è stata posta sotto la tutela della Soprintendenza per i Beni ambientali della Calabria. Caratteristico il muro di cinta composto da un alto cancello che racchiude un piccolo cortile, pavimentato con “cuticchie” (pietre di fiume), dove pare furono sepolte le vittime di una terribile epidemia di peste. L’edificio conserva nel suo aspetto le caratteristiche romanico-rinascimentali, che impongono una semplice facciata, con copertura a capanna alla cui sommità è posta una campanella. Il portale è in tufo ornato da sobri fregi. Lo stesso stile caratterizza l’interno, un unico ambiente rettangolare, ricco però, di arredi lignei finemente intagliati dalle abili mani degli artisti roglianesi del XVIII secolo. L’altare centrale, gli stalli, e le cornici che ospitano le tele raffiguranti “La Madonna con Bambino e Santi” e “San Michele Arcangelo”, sono tutti splendidi manufatti in stile barocco, tinteggiati di verde salvia ed oro zecchino. Da notare, infine, la Statuina dell’Assunta le cui vesti sono movimentate da un gioco di pieghe che danno l’idea dell’ascensione al cielo della Santa Vergine. La chiesa della Santissima Annunziata è ubicata alle spalle della chiesa di San Domenico. Un tempo, probabilmente, era di pertinenza dell’antico monastero dei Domenicani e venne anch’essa ricostruita dopo il terremoto del 1638. La chiesetta è di piccole dimensioni e presenta un modesto campanile sul lato destro. Particolarmente bella è la facciata decorata in stile barocco, col portale in tufo finemente lavorato dagli abili scalpellini roglianesi, che riporta la data del 1722. Caratterizzano
la facciata un finestrone centrale ai cui fianchi vi sono due rosoni in tufo. L’interno a navata unica, è ormai vuoto, spoglio anche di quegli arredi lignei che una volta lo arricchivano.
La chiesa di Sant’Ippolito è ubicata in via Regina Elena, alle spalle del Duomo di San Pietro.Originariamente, secondo lo storico Tommaso Morelli, era una piccola cappella costruita nel
1628 in onore della Vergine della Sanità e sorse nel luogo in cui anticamente si svolgevano le esecuzioni capitali. Ricostruita dopo il terremoto del 1638, fu dedicata nel 1702 al culto di
Sant’Ippolito. Tale culto non è stato però molto sentito dai roglianesi e nella prima metà del XX secolo la chiesa è stata sconsacrata. Da ammirare è il magnifico portale in tufo, dichiarato dalla
Sovrintendenza dei Beni Culturali monumento nazionale. Fu realizzato nel 1709 dal maestro Nicola Nicoletti, così come si legge dall’incisione latina posta sulla trabeazione finemente scolpita da
motivi floreali. Ai lati si trovano lesene scanalate che terminano con capitello composito e su di esse altre due lesene contraddistinte da splendidi ornamenti che riproducono foglie arricciate.
L’arco è abbellito da due putti con cartiglio, mentre al centro un terzo putto sostituisce la chiave di volta. Superiormente al ricco cornicione che sormonta l’arco, sono scolpiti due leoni rampanti che reggono lo stemma della Vergine: due M intrecciate sormontate da una corona e da una E nella parte inferiore. Di pregevole fattura è anche il portale laterale, realizzato in tufo dai fratelli Nicola e Antonio Noto. Esso collega la Chiesa alla piccola sagrestia dove si trova un fonte battesimale in tufo datato 1718. L’interno è costituito da un'unica navata di forma rettangolare.
La chiesa di San Michele domina la piazzetta centrale del piccolo Rione Serra. La sua costruzione risale al XVIII – XIX secolo. L’edificio, di piccole dimensioni, è in posizione rialzata rispetto al
selciato della piazza. La facciata è divisa in due ordini da un cornicione ed è semplicemente vivacizzata dagli angoli arrotondati e da lesene che abbelliscono la parte inferiore. All’unica navata
vi si accede varcando un portone in legno lavorato con cornici a disegni romboidali. Due acquasantiere ornano le pareti interne, insieme ad un’edicola che ospita la statua dell’Arcangelo.
Sull’altare troneggia le pregevole tela settecentesca che riproduce la Madonna col Bambino e Santi. E’ presente anche una graziosa cantoria delimitata da una balaustra barocca, alla quale si accede attraverso una scale elicoidale. La chiesa di Maria Santissima delle Grazie si trova nella zona in cui un tempo vi era il Convento dei Frati Cappuccini detta dei “Cappuccini Vecchi”, in località “Camino”, dopo aver percorso la strada rurale ai lati della quale sono poste le vasche in cui le massaie lavavano il bucato. La Chiesa fu edificata sulle rovine della cappella dedicata a Santa Sofia che si ergeva sui resti di un tempio pagano. Il romitorio di fianco, dimora di numerosi eremiti fino a qualche anno fa, presumibilmente, è stato invece ricostruito su un cenobio basiliano che ha inglobato un pozzo d’acqua ancora oggi visibile. Sulla trabeazione del portale è posto l’anno 1616, probabile anno di costruzione. A riguardo, tuttavia, esistono due tesi: una di Tommaso Morelli che fa risalire l’edificio al 1611, e l’altra dello storico Andreotti secondo il quale la costruzione è del 1569. Certamente il caratteristico campanile a bifora risale a tempi più recenti. La facciata della chiesa è ornata da un bel portale in tufo, finemente lavorato con motivi floreali e capitelli in stile corinzio. Due angeli posti sull’arco reggono un cartiglio per iscrizione. L’interno è a unica navata con arredi in stile barocco. Di particolare importanza è l’altare maggiore in legno lavorato, al cui centro è posta una piccola nicchia che ospita l’icona scolpita a rilievo della Madonna in trono con Bambino. Molto belli anche gli altari laterali, che presentano colonne tortili e scanalate, e gli stalli corali , tutti istoriati in oro zecchino. Lo splendido soffitto a cassettoni, anch’esso in legno dorato ed intagliato, è caratterizzato da lacunari dipinti in azzurro che incorniciano una serie di affreschi raffiguranti scene del nuovo testamento. Tra queste si possono riconoscere la “Natività di Maria”, “Sant’Anna presenta Maria al tempio”, l’ “Annunciazione”, la “Visita di Maria a Santa Elisabetta”, la “Presentazione di Gesù nelle braccia del profeta Simeone al tempio” e l’ “Assunzione”. Tutti gli ornamenti della volta sembrano convergere nell’ellisse centrale che racchiude l’immagine della Vergine con in braccio il Bambino. In tutte le decorazioni, in stile barocco del XVIII secolo, traspare l’arte inconfondibile delle maestranze roglianesi, arte che ha attirato anche l’interesse della Soprintendenza per i Beni A.A.A.S. della Calabria. La chiesa del Carmine e l’adiacente Convento dei Frati Cappuccini furono entrambi edificati sul monte Santa Croce nel 1644. Il portale in tufo presenta delle sobrie lavorazioni in stile barocco realizzate nel ‘700. Su di esso vi è una finestra di semplice fattura, che tuttavia rappresenta uno dei rari esempi di fatta composizione in una facciata di questo tipo. All’interno vi è una unica navata il cui pavimento è in lastre di tufo rosso di Altilia, mentre il soffitto è di legno intagliato opera del noto maestro roglianese Nicolò Altomare. Di quello che era, oggi è rimasto ben poco. Il complesso si presenta in uno stato di imbarazzante degrado e soltanto alcuni dei suoi splendidi arredi sono stati recuperati ed esposti nel Museo di Arte Sacra di Rogliano. Alla Madonna del Carmine era dedicato l’altare principale, realizzato in legno di noce e finemente intagliato in stile barocco. Era qui che troneggiava lo splendido ciborio in legno, del 1752 con intarsi di madreperla, custodito oggi nel museo di arte sacra. Di questo manufatto esistono due copie custodite una nel museo di Altomonte e un’altra nella chiesa di Santa Barbara a Celico. Entrambe le opere furono realizzate dagli stessi frati sotto la direzione di Fra Lorenzo da Belmonte. In una piccola cappella su di un lato si trovava l’altare di San Pasquale datato 1731 e realizzato in legno intagliato da Nicolò Altomare. Esso si può oggi ammirare nel museo d’arte sacra di Rogliano, cosi come anche l’altare di Sant’Antonio sempre opera degli artigiani roglianesi del XVIII secolo. Vi era poi un ulteriore altare al cui centro era collocata la pregevole tela ad olio, opera di D. De Rossi, datata 1699 e raffigurante la “Deposizione dalla Croce”. Essa è custodita in detto museo d’arte sacra assieme a numerose tele e arredi strappate all’incuria e all’abbandono. Tra queste ricordiamo: la statua in legno intagliato e dipinto di Santa Chiara del secolo XVIII, la tela della Madonna degli Angeli, di San Francesco D’Assisi e del Gesù Bambino dormiente, della prima metà del 1600, le tele di San Nicola, San Biagio, della Madonna Immacolata, di San Gioacchino e la Vergine Bambina, e del Santissimo Sacramento, tutte risalenti al secolo XVIII. Nella sacrestia, uno splendido “lavabo” in pietra nera venne fatto eseguire da padre Carlo Parise da Rogliano coi proventi di una predicazione eseguita a Lago. In principio il convento, risalente al 1560, si trovava in un'altra zona a valle del paese, tutt’oggi chiamata “Cappuccini Vecchi” e in seguito al sisma del 1638 venne riedificato nel luogo attuale, mantenendo le dimensioni originarie che volevano la costruzione di ventisette celle. Durante l’occupazione francese (1811-1814) fu soppresso e restituito al comune di Rogliano, per poi essere riconsegnato ai Frati cappuccini nel 1825 con il rientro del governo borbonico. Nel convento fu ospite l’8 febbraio 1852 il Re Ferdinando II e per l’occasione i frati arredarono le umili celle con mobili e suppellettili requisiti da un capitano di gendarmeria presso la famiglia Morelli. Durante la breve permanenza il Re incontrò Fra Antonio da Panettieri, figura nota per la sua saggezza e santità.
Il frate, al quale è attribuito anche qualche miracolo, nacque a Panettieri nel 1771, ed una volta trasferitosi a Rogliano vi dimorò fino al 2 gennaio 1862, data della sua morte. Secondo alcune
testimonianze dell’epoca, “Fra ‘Ntoni” amava vivere in una cella sudicia, in compagnia di un ghiro che egli stesso aveva addomesticato, e che gli obbediva fedelmente. Si racconta che quando Re
Ferdinando I andò a visitarlo, il frate mostrandogli il ghiro espresse che il popolo doveva essere affezionato al suo Sovrano così come l’animaletto era affezionato a lui. Nel 1867, il Convento in
seguito alla seconda soppressione delle corporazioni religiose, ritornò di proprietà del comune che adibì l’orto a cimitero fino al 1878, anno in cui la situazione precipitò e i frati abbandonarono
definitivamente il monastero, lasciando secoli di storia e preziosi manufatti all’incuria dell’uomo. Il convento possedeva anche una ricca biblioteca andata in gran parte distrutta. Soltanto nel 1928, per via dei “Catechisti Rurali”, istituto religioso sorto ad opera di Don Gaetano Mauro, si pensò di riattivare il complesso monastico e a tale scopo se ne chiese la cessione. Autorizzata dall’Ordine, una commissione visitò il monastero ed in quell’ occasione furono riesumati i resti mortali di frate Antonio. Purtroppo al di là di ciò non venne realizzata alcuna opera di recupero e tutt’ oggi la struttura religiosa osserva nostalgica e triste la briosa vita del Paese, rammentando i tempi che furono. Nel comune è possibile trovare anche il Museo di arte sacra ubicato in località Livitello, e si raggiunge fiancheggiando la centralissima piazza San Domenico. L’edificio presenta caratteristiche architettoniche proprie del periodo paleocristiano-bizantino. Tuttavia la struttura risale al XVII secolo così come dimostra un documento rinvenuto presso l’Archivio Diocesano di Cosenza, in cui risulta che la Chiesa fu commissionata dalla Congregazione dei Nobili che aveva sede nella preesistente cappella dedicata allo Spirito Santo. Dopo i lavori di ampliamento iniziati il 26 Aprile 1746, la Chiesa fu intitolata a San Giuseppe, ma non venne mai portata a termine né utilizzata per il culto. Nel 1806 fu confiscata dalle truppe francesi e successivamente passò al demanio dello Stato. Nel 1997 è stata riaperta come Museo di Arte Sacra, grazie ad un accordo tra Diocesi, Comune e Soprintendenza ai B.A.A.A.S. della Calabria. Realizzato in pietra locale e mattoni di argilla cotta l’edificio è splendidamente semplice. La sua particolarità risiede infatti nella pianta a croce grecoortodossa che rievoca l’arte bizantina e che lo rende unico nella zona. Il corpo centrale è sormontato
da una cupola ottagonale datata secolo XI e il resto della costruzione si estende su quattro braccia quasi uguali coperte da volte a botte, anche se all’esterno è visibile una copertura a doppia falda. All’interno l’edificio risulta diviso in due sezioni. Elaborate cornici delimitano il livello di imposta della cupola e delle volte a botte. Nell’odierno Museo oggi sono conservate tele, altari, e numerosi arredi lignei, argenti e tessuti delle parrocchie roglianesi. Tra le varie opere meritano una certa attenzione i capolavori che un tempo abbellivano la Chiesa e il Convento dei Padri Cappuccini.
Rogliano ha una serie di rioni (Serra, Patinelli, Cuti, Spani) che si sviluppano tutti a struttura similare: la Chiesa, il palazzo della famiglia nobile, la fontana e la piazza. Fra i tanti palazzi nobiliari ricordiamo: Palazzo del Cardinale Parisio, il Palazzo Cardamone, Palazzo Sicilia che ospitò Carlo V, Palazzo Ricciulli, Palazzo Giannuzzi, e Palazzo Morelli che ospitò Ferdinando II e Isabella d'Aragona, e poi Giuseppe Garibaldi. Meritano una visita il ponte di Annibale e il ponte delle Fratte. Il primo è così chiamato perchè, costruito dai romani a servizio della via Popilia, fu distrutto dagli stessi costruttori per arrestare la fuga di Annibale sconfitto ed impedirgli di raggiungere il mare. Fu ricostruito con lo stesso materiale e la stessa architettura dal geniero dello stesso Annibale per fare transitare il suo esercito. Il "Ponte delle Fratte", costruito in età imperiale , fu distrutto dai Cartaginesi per essere, poi, ricostruito dai francesi di Murat. Rogliano fu nota per i "maestri intagliatori" del tufo e del legno, fra questi i frastelli "Sciardari" e il maestro Niccolò Ricciulli che, sotto il regno di Carlo III di Borbone, lavorò al palazzo reale di Napoli.

 

http://www.comune.rogliano.cs.it/
 


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